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Luis Sepúlveda: 100 frasi & pensieri celebri

100 frasi aforismi e pensieri di luis sepulveda

Libro della Vita

Luis Sepúlveda: 100 frasi & pensieri celebri

[…] vola solo chi osa farlo.“

Si esilia chi non ha conosciuto che un lato della medaglia e porta i suoi errori più in là di dove li ha appresi, ma chi ha attraversato tutto il tunnel scoprendo che entrambi gli estremi sono bui rimane prigioniero, appiccicato come una mosca alla striscia coperta di miele.

Un vero ribelle conosce la paura ma sa vincerla
«È questa determinazione a fare di te una ribelle.»

Fra amici bisogna dire sempre la verità.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Gli amici non si ingannano mai e poi mai.

I veri amici si aiutano a superare qualsiasi difficoltà.

I veri amici condividono il meglio che hanno.

Si esilia chi non ha conosciuto che un lato della medaglia e porta i suoi errori più in là di dove li ha appresi, ma chi ha attraversato tutto il tunnel scoprendo che entrambi gli estremi sono bui rimane prigioniero, appiccicato come una mosca alla striscia coperta di miele.“

Disgraziatamente gli umani sono imprevedibili. Spesso con le migliori intenzioni causano i danni peggiori.

Si esilia chi non ha conosciuto che un lato della medaglia e porta i suoi errori più in là di dove li ha appresi, ma chi ha attraversato tutto il tunnel scoprendo che entrambi gli estremi sono bui rimane prigioniero, appiccicato come una mosca alla striscia coperta di miele. (p. 28)

Forse tutti i dubbi che pone questa relazione sono già stati risolti e riformulati migliaia di volte nei bianchi labirinti di Moxoxomoc.

In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: «Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia».

L’America Latina confina a nord con l’odio, e non ha altri punti cardinali.

L’ultima rivoluzione rimasta in sospeso è quella dell’immaginario: dobbiamo essere capaci di immaginare in quale mondo e società vogliamo vivere, e se vogliamo essere cittadini o consumatori.

La felicità è un diritto umano. Allo stesso modo in cui ho combattuto, più che per l’idea di libertà, per non dimenticare che sono un uomo libero: quando difendo il diritto alla felicità, lo faccio per non dimenticare che io sono stato e sono immensamente felice.

La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla.

La memoria è la pietra angolare che sostiene tutta la mia architettura di uomo e scrittore. La nostalgia non so cosa sia, però a volte la sento, e mi piace provarla, per ciò che è stato e per i propositi che hanno avuto la possibilità di diventare realtà.

Lei è sotto la doccia. L’acqua le cade sul corpo e vi indugia formando repentine stalattiti nell’abisso di quei seni che hai baciato per ore e ore.

Mi torna in mente un uomo che ammiravo: Sergio Poblete, generale delle Forze Aeree cilene, arrestato e torturato dai suoi camerati, condannato a morte e poi esiliato in Belgio, a Liegi, dove è morto nel 2011. Non dimentico quando, nelle manifestazioni di denuncia davanti agli organismi internazionali, chiedeva la parola e dichiarava: «Sono un generale della Repubblica Cilena spogliato della nazionalità da un infame tiranno».

Non mi considero una persona straordinaria […]. Io, come molti altri compagni, ho fatto quanto dovevo fare nel momento giusto. Essere un rivoluzionario latinoamericano negli anni ’60 e ’70 era un’attitudine etica e si praticava in base a quella etica.

Quando una nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell’agglomerato umano, perché se i rifiuti sono, come dicono, “inoffensivi”, per quale ragione non hanno installato la discarica sul proprio territorio?

Tanti anni fa, la mia casa editrice, che è la stessa di Camilleri, mi dice che lui sarebbe arrivato da lì a poco in Spagna e aveva il desiderio di salutarmi. No, dissi io. Sono io che voglio salutare lui. Ho un’ammirazione enorme verso Camilleri, così come verso tanti altri autori siciliani da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia. La sicilianità è qualcosa di straordinario, l’aspetto che amo di più della Sicilia. È un’attitudine umana, una forma dell’essere che si traduce in qualità come per esempio l’ospitalità, un pregio tipico dei siciliani.

Il volto umano non mente mai: è l’unica cartina che segna tutti i territori in cui abbiamo vissuto.

Mi hai deluso, bambina. E io non ammetto questo genere di delusioni.

Un professionista vive solo, e per dar sollievo al corpo il mondo offre un’ampia scelta di puttane.

Quegli occhi verdi nascondevano il balsamo per eludere i sogni.

Le mie storie sono scritte da un uomo che sogna un mondo migliore, più giusto, più pulito e generoso. Le mie storie sono scritte da un cileno che sogna di veder realizzato in questo paese il sogno più bello, quello di sederci tutti con fiducia alla stessa tavola, senza la vergogna di sapere che gli assassini di coloro di cui sentiamo la mancanza non ricevono il giusto castigo.

Sogniamo che un altro mondo è possibile e realizzeremo quest’altro mondo possibile.

Solo sognando e restando fedeli ai sogni riusciremo a essere migliori e, se noi saremo migliori, sarà migliore il mondo.

Questa novella non giungerà mai alle tue mani, Chico Mendes, amico amato di poche parole e molte azioni.

Antonio José Bolìvar arrivò davanti al tavolo. «Sai leggere? Allora hai diritto al voto.» «Diritto a che?» «Al voto. Al suffragio universale e segreto. A scegliere democraticamente fra i tre candidati che aspirano alla prima magistratura. Hai capito?» «Nemmeno una parola. Quanto mi costa questo diritto?» «Ma niente, amico. Non per nulla è un diritto.»

Antonio José Bolìvar Proaño si ritrovò con tutto il tempo a sua disposizione, e scoprì che sapeva leggere nello stesso periodo in cui gli marcirono i denti.

Aveva sentito dire spesso che con gli anni arriva la saggezza, e aveva aspettato, fiducioso, che questa saggezza gli desse quello che più desiderava: la capacità di guidare la direzione dei ricordi per non cadere nelle trappole che questi spesso gli tendevano.

Durante la sua vita tra gli shuar non ebbe bisogno dei romanzi per conoscere l’amore. Non era uno di loro, e pertanto non poteva avere mogli. Ma era come uno di loro, e quindi lo shuar anfitrione, durante la stagione delle piogge, lo pregava di accettare una delle sue spose per maggiore orgoglio della sua casta e della sua casa. La donna offertagli lo conduceva fino alla riva del fiume. Lì, intonando anents, lo lavava, lo adornava e lo profumava, per poi tornare alla capanna ad amoreggiare su una stuoia, coi piedi in alto, riscaldati dolcemente da un fuoco, senza mai smettere di intonare anents, poemi nasali che descrivevano la bellezza dei loro corpi e la gioia del piacere, aumentato infinitamente dalla magia della descrizione. Era amore puro, senza altro fine che l’amore stesso. Senza possesso e senza gelosia.

[Davanti alla femmina di tigrillo] Eccomi qua tutto per te. Sono Antonio José Bolìvar Proaño e l’unica cosa che ho d’avanzo è la pazienza.

E nella sua impotenza scoprì che non conosceva abbastanza bene la foresta da poterla odiare.

[…] I coloni rovinavano la foresta costruendo il capolavoro dell’uomo civilizzato: il deserto.

«Immagino che lo spaccio gli abbia reso qualcosa. Sapete che faceva dei soldi?» intervenne di nuovo il ciccione. «Soldi? Se li giocava a dadi, lasciando appena il necessario per rifornirsi di merci. Qui è così, nel caso non lo sapesse. È la foresta che ci entra dentro. Se non abbiamo una meta precisa a cui arrivare, continuiamo a girare a vuoto.» Gli uomini annuirono con una specie di orgoglio perverso.

Il cacciatore deve essere sempre un po’ affamato, perché la fame rende più acuti i sensi.

I veri amici condividono anche il silenzio.

I veri amici si prendono sempre cura uno dell’altro.

Nessuno riesce a legare un tuono, e nessuno riesce ad appropriarsi dei cieli dell’altro nel momento dell’abbandono.

Per quanto cercasse di far rivivere il suo progetto di odio, continuava a sentirsi bene in quel mondo, finché pian piano dimenticò, sedotto da quei luoghi senza confini né padroni.

Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia. Sapeva leggere. Ma non aveva niente da leggere.

Al tramonto cadde il vento sabbioso del deserto e il vecchio Mediterraneo unì il suo odore salmastro all’aroma sottile delle magnolie. Era il momento migliore per uscire dalla casa museo di Kavafis, povera ma dignitosa, e fare una passeggiata per le viuzze di Alessandria prima di tornare in albergo.
L’aria era inebriante. Mi venne sete e ricordai che nel minibar della camera mi aspettava una bottiglia di spumante catalano comprata all’aeroporto di Madrid. Mi sembrò un buon motivo per affrettare il passo e così tirai dritto davanti agli invitanti tavolini all’aperto di svariati locali: non avevo voglia di bere il caffè dolce degli egiziani o l’odiosa birra analcolica, insulsa come i precetti religiosi che la imponevano. (Da Caffè Miramare)

Gli amici non muoiono e basta: «ci» muoiono, una forza atroce ci mutila della loro compagnia e poi dobbiamo continuare a vivere con quei vuoti nelle ossa. (da Cena con poeti morti)

Tutti cominciammo a guardare in fondo al bicchiere, cercandovi le parole per riconoscere una delle verità più tristi, quella che ci insegna la cosa peggiore dei cinquantanni, e cioè che a quell’età cominciano a morirci gli amici.

A volte il vino è la manifestazione liquida del silenzio.

[…] perché se li nominiamo e raccontiamo le loro storie, i nostri morti non muoiono.

[…] poiché le parole sono come il vino: hanno bisogno di respiro e di tempo perché il velluto della voce riveli il loro sapore definitivo.

Il testo raccontava di come fosse fantastico camminare a mezzanotte e mezzo per la Reeperbahn, la strada delle puttane. Era una descrizione del paradiso assai più interessante di quelle della Bibbia e del Corano messe insieme.

Volevo ridere, ma a volte gli ordini del cervello si confondono, si incrociano, entrano in cortocircuito, qualcosa va storto nell’alchimia della vita, qualcosa erte mi scosse in uno spasmo per poi farmi scoppiare a piangere.

Fermati, come il cavallo che intuisce l’abisso negli zoccoli, sii saggio, fermati.

Le mani sono l’unica parte del corpo che non mente. Calore, sudore, tremito e forza. È quello il linguaggio delle mani.

Forse ci univa l’ignoranza di una meccanica fondamentale, quella del caso. Borges aveva proprio ragione quando diceva che sappiamo molto poco delle leggi che reggono il caso.

[…] gente che conosceva la durezza della vita e perciò si godeva quello che aveva con invidiabile passione.

Quante volte avevamo lasciato l’auto sul ciglio della strada per addentrarci, mano nella mano, sui sentieri tracciati fra le dune, per vedere il mare e rifugiarci in un silenzio salvifico che, malgrado la sua forza, non riusciva a nascondere l’amore trattenuto e determinante della vecchia arte di respirare.

La morte è l’unica opera umana che tocca la perfezione, e a noi è vietato vederla.

La polizia è un promemoria del peccato originale.

Ci piaccia o no, portiamo tutti inscritta nel nostro codice genetico la meccanica della fuga in avanti.

Gli amici si danno man forte, si insegnano tante cose, condividono i successi e gli errori.

Un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro.

Un amico capisce i limiti dell’altro e lo aiuta.

I veri amici condividono i sogni e le speranze.

Quando gli amici sono uniti, non possono essere sconfitti.

Per tutto il tempo – lungo o breve, non importa, perché la vita si misura dall’intensità con cui si vive.

È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile.

Disgraziatamente gli umani sono imprevedibili. Spesso con le migliori intenzioni causano i danni peggiori.

Zorba leccò la testa della piccola gabbiana. Rimpianse di non aver chiesto alla madre come si chiamava, perché se la figlia era destinata a proseguire il suo volo interrotto nella disgrazia, sarebbe stato bello che portasse il suo nome. «Visto che la pulcina ha avuto la fortuna di cadere sotto la nostra protezione» miagolò Colonnello, «propongo di chiamarla Fortunata» . «Per il fegato di merluzzo! È un bel nome!» approvò Sopravento.

«E perché io devo volare?» strideva Fortunata con le ali ben strette al corpo. «Perché sei una gabbiana e i gabbiani volano» rispondeva Diderot. «Mi sembra terribile, terribile! che tu non lo sappia». «Ma io non voglio volare. Non voglio nemmeno essere un gabbiano» replicava Fortunata. «Voglio essere un gatto e i gatti non volano»

«Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contradetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l’affetto tra esseri completamente diversi.»

«Volare mi fa paura» stridette Fortunata alzandosi. «Quando succederà, io sarò accanto a te» miagolò Zorba leccandole la testa.

«Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba. La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi. «La pioggia. L’acqua. Mi piace!» stridette. «Ora volerai» miagolò Zorba. «Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono» stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra- «Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo» miagolò Zorba.

«Sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba. «Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano. «Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.

Luis Sepúlveda, Diario di un killer sentimentale, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 1996.
Luis Sepúlveda, Il mondo alla fine del mondo, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 1998.
Luis Sepúlveda, Il potere dei sogni, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda.
Luis Sepúlveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 1996.
Luis Sepúlveda, Incontro d’amore in un paese in guerra, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 1997.
Luis Sepúlveda, La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l’oblio, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda
Luis Sepúlveda, Le rose di Atacama, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 2000.
Luis Sepúlveda, Patagonia Express, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Tea, 1995.
Luis Sepúlveda, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 2012.
Luis Sepúlveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 2013.
Luis Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar, 1996), traduzione di Ilide Carmignani, Guanda, 2002.
Luis Sepúlveda, Ultime notizie dal Sud: Con fotografie di Daniel Mordzinski, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 2013.
Luis Sepúlveda, Un nome da torero, traduzione di Ilide Carmignani, Edizioni Guanda, 1995.

Disgraziatamente gli umani sono imprevedibili. Spesso con le migliori intenzioni causano i danni peggiori.

Forse tutti i dubbi che pone questa relazione sono già stati risolti e riformulati migliaia di volte nei bianchi labirinti di Moxoxomoc.

In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: «Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia».

L’America Latina confina a nord con l’odio, e non ha altri punti cardinali.

L’ultima rivoluzione rimasta in sospeso è quella dell’immaginario: dobbiamo essere capaci di immaginare in quale mondo e società vogliamo vivere, e se vogliamo essere cittadini o consumatori.

La felicità è un diritto umano. Allo stesso modo in cui ho combattuto, più che per l’idea di libertà, per non dimenticare che sono un uomo libero: quando difendo il diritto alla felicità, lo faccio per non dimenticare che io sono stato e sono immensamente felice.

La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla.

La memoria è la pietra angolare che sostiene tutta la mia architettura di uomo e scrittore. La nostalgia non so cosa sia, però a volte la sento, e mi piace provarla, per ciò che è stato e per i propositi che hanno avuto la possibilità di diventare realtà.

Lei è sotto la doccia. L’acqua le cade sul corpo e vi indugia formando repentine stalattiti nell’abisso di quei seni che hai baciato per ore e ore.

Mi torna in mente un uomo che ammiravo: Sergio Poblete, generale delle Forze Aeree cilene, arrestato e torturato dai suoi camerati, condannato a morte e poi esiliato in Belgio, a Liegi, dove è morto nel 2011. Non dimentico quando, nelle manifestazioni di denuncia davanti agli organismi internazionali, chiedeva la parola e dichiarava: «Sono un generale della Repubblica Cilena spogliato della nazionalità da un infame tiranno».

Non mi considero una persona straordinaria […]. Io, come molti altri compagni, ho fatto quanto dovevo fare nel momento giusto. Essere un rivoluzionario latinoamericano negli anni ’60 e ’70 era un’attitudine etica e si praticava in base a quella etica.

Quando una nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell’agglomerato umano, perché se i rifiuti sono, come dicono, “inoffensivi”, per quale ragione non hanno installato la discarica sul proprio territorio?

Tanti anni fa, la mia casa editrice, che è la stessa di Camilleri, mi dice che lui sarebbe arrivato da lì a poco in Spagna e aveva il desiderio di salutarmi. No, dissi io. Sono io che voglio salutare lui. Ho un’ammirazione enorme verso Camilleri, così come verso tanti altri autori siciliani da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia. La sicilianità è qualcosa di straordinario, l’aspetto che amo di più della Sicilia. È un’attitudine umana, una forma dell’essere che si traduce in qualità come per esempio l’ospitalità, un pregio tipico dei siciliani.

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